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Mio figlio è terribile! Come comprenderlo ed entrare nel suo mondo

Quando i piccoli sembrano capricciosi in realtà stanno cercando di esprimere dei loro bisogni, che possiamo imparare a comprendere

Giulia, una bimba curiosa e vivace di 4 anni, prende alcuni tegami dalla cucina e, improvvisandosi cuoca in un angolino del giardino, usa erba, fiori, terra e sabbia mischiati con l’acqua della ciotola del suo inseparabile amico a quattro zampe, come ingredienti dei suoi gustosi manicaretti. La madre, arrabbiata alla vista del caos creato dalla figlia e preoccupata per la "perduta" igiene, urla e le dà un forte sculaccione. Giulia fà un’espressione di grande sorpresa e si mette a piangere disperata. Quando il papà torna a casa la sera, la madre racconta: "Oggi Giulia è stata cattiva, le ho dovuto dare uno sculaccione".

Cos'è accaduto? Perchè la mamma definisce Giulia "cattiva"?

Gli adulti (genitori, insegnanti, educatori) dicono che il bambino è cattivo quando le sue azioni o i suoi comportamenti sono contrari a come, secondo loro, dovrebbero essere. Così fare il cattivo significa fare qualcosa che produca conseguenze indesiderabili per l’adulto. D’altro canto, quando il bambino assume un comportamento che non ha conseguenze negative sull'adulto si dice che fa il "bravo".

Tutti i comportamenti sono risposte a bisogni dell’uomo.


Proprio come gli adulti, anche i bambini hanno dei bisogni fondamentali che sono importanti per loro e si sforzano continuamente di soddisfarli attraverso l’azione. I bambini non si comportano "male". I loro comportamenti sono semplicemente azioni tese a soddisfare questi bisogni fondamentali. Gordon lo spiega bene nel suo libro "Genitori Efficaci" (1994): "Tutte le azioni dei bambini sono comportamenti e basta. Da questo punto di vista, per tutto il giorno un bambino si comporta e, per la stessa ragione, tutte le altre creature si comportano, in modo da cercare di soddisfare i propri bisogni". Il neonato piange perché ha fame, freddo, dolore. Qualcosa non va, all’organismo manca qualcosa. Il pianto è il modo che hanno i più piccoli per chiedere aiuto. Tale comportamento andrebbe in realtà considerato appropriato (buono) perché può far ottenere al bambino l’aiuto di cui ha bisogno. Quando consideriamo il bambino come un organismo che si comporta in modo da soddisfare un certo bisogno, non possiamo certo giudicarlo cattivo.

Allo stesso modo, tornando alla bambina di prima, quando Giulia si improvvisa cuoca provetta, se quel comportamento fosse stato letto come la manifestazione del suo bisogno di esplorare nuovi ruoli, imitando la madre in una delle sue funzioni di accudimento, certo non sarebbe stato etichettato come "cattivo".
Ecco allora che i comportamenti dei bambini hanno un significato molto diverso da quello di "fare i cattivi". Proprio come gli adulti essi cercano di soddisfare i propri bisogni: è una cosa naturale e sana. 
Se il bisogno alla base del comportamento non viene correttamente identificato, rischiamo di male interpretare il comportamento stesso e quindi il bambino nella complessità della sua persona, attribuendogli intenzioni e valori che non gli appartengono. E, sulla base di tali cattive interpretazioni, orientiamo comportamenti e azioni genitoriali poco rispondenti ai reali bisogni del bambino e, alla lunga educativamente poco efficaci.

Allora che fare? 

Innanzitutto ricordiamo che i bisogni dei bambini cambiano: ci sono momenti in cui necessitano di attenzione, affetto e approvazione; altri in cui vogliono essere ascoltati e capiti; altre volte hanno bisogno di essere toccati e amati; ci sono momenti in cui hanno bisogno di sentire la nostra fiducia, ecc. 
E’ importante saper decifrare i loro comportamenti chiedendosi ad esempio: "a cosa gli serve fare questo?", "qual è il suo bisogno in questo momento?". Le risposte a queste domande sono molteplici e diverse per ogni bambino, ma di certo forniranno le indicazioni per interagire positivamente col proprio figlio. 
Interagire significa ascoltare e accogliere, oltre al proprio mondo (fatto di convinzioni, modi di fare, certezze personali) anche il mondo del figlio, con i suoi modi, i suoi pensieri, i suoi tempi, diversi dai nostri.
Ascoltare significa creare uno spazio dove l'altro possa sentirsi libero di essere se stesso, senza bisogno di mascherarsi (per paura di essere giudicato "cattivo" o per timore di essere punito dal genitore). Offrire uno spazio comunicativo efficace al proprio figlio significa riconoscere che è lui il maggior esperto di se stesso, perché lui ha tutte le informazioni su di sé, che noi adulti abbiamo la responsabilità di saper esplorare.

E allora perché rischiare di sbagliare - non capirlo - quando lui gratuitamente può parlarci di se stesso?



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